LIBRI SACRI: BIBBIA E CORANO
La Bibbia deve il suo nome alla lingua greca: la parola biblion, un singolare, significa libro. A determinarne la fortuna e la diffusione, come titolo universalmente noto, è una traduzione che risale al III secolo a. C.: a volerla, un faraone dell'ultimo periodo della storia egizia, Tolomeo II, discendente diretto di quel Tolomeo I che, generale di Alessandro il grande (universalmente noto come Magno) ereditò insieme ad altri generali i territori frutto della grandiosa conquista del mondo tentata dal re macedone. Un tentativo di impero universale, che genera tra l'altro un fenomeno culturale di ampia portata, l'ellenismo. Torniamo così subito al punto di partenza del discorso, che qui riguarda solo la Bibbia. Tolomeo II, infatti, promuove la traduzione del Pentateuco (5 libri) o Torah (insegnamento) dall'ebraico al greco, la lingua per così dire internazionale del mondo ellenizzato. Il Vecchio Testamento vede così la luce in una versione (nota come Bibbia dei 70, dal numero di dotti che collaborarono all'operazione) che gli ebrei più intransigenti, quelli che vogliono vivere nella terra promessa, e che non riconoscono del tutto l'autorità del faraone, ritengono essere una provocazione blasfema. Il verbo divino, secondo loro, non si dovrebbe tradurre. Invece questa traduzione diventa in breve tempo uno spazio d'incontro fra occidente e oriente, se non altro perché è riconosciuta come testo sacro, poi integrato col Nuovo Testamento, anche dai cristiani, ovviamente solo a partire dal I secolo d.C., quando vedono la luce anche i Vangeli (i tre sinottici e quello di Giovanni). Un'ulteriore traduzione della Bibbia da tenere presente è la Vulgata (da vulgus, che in latino significa popolo), realizzata alla fine del IV secolo d.C. da Girolamo, padre della chiesa poi canonizzato, su commissione del papa Damaso I: si tratta di un'operazione al contempo di traduzione e di revisione del testo dei 70 e dei Vangeli, volta a fornire al mondo cristiano un testo definitivo e riconosciuto ufficialmente dalla chiesa dei propri contenuti dottrinari.
Il Corano è un volume (musḥaf) composto di 114 capitoli detti «sure», a loro volta suddivise in versetti (in arabo ayāt, «segni» di Dio). La parola Corano (Qur’ān) significava originariamente «lettura ad alta voce», «recitazione», venendo ben presto a designare, in maniera più specifica, il libro contenente la predicazione. Le sure, secondo un uso importato dall’Occidente in tempi piuttosto recenti, sono numerate e dotate di un titolo: quest’ultimo è tratto dal primo versetto della sura o da una parola caratteristica presente al suo interno, spesso del tutto incongruente con il contenuto generale. Gli studiosi – musulmani e non – dividono poi le sure in «meccane» e «medinesi», a seconda del luogo in cui esse sarebbero state rivelate. Esse – se si esclude la prima breve sura «Aprente» (fātiḥa), che costituisce una sorta di prologo-preghiera – sono ordinate, con criterio puramente esteriore, per lunghezza: le più lunghe in principio, le più brevi alla fine. Poiché generalmente le sure più lunghe sono cronologicamente le più recenti, ne consegue una notevole confusione. Il Corano per l’Islām raccoglie ogni parola di Dio rivelata al Profeta Muḥammad. Oltre agli inni alla gloria e alla potenza divina, il Corano contiene storie, leggende e un complesso di precetti e ammonimenti che da quindici secoli regolano la vita del popolo musulmano. Secondo la tradizione islamica, già prima della morte del Profeta brani della Rivelazione erano stati scritti su materiali di fortuna: pietre piatte, scapole di montone o cammello, pelli etc.; inoltre, molto si conservava nella memoria dei fedeli. Una prima redazione scritta della totalità delle rivelazioni ricevute da Muḥammad sarebbe stata promossa all’epoca del califfo Abū Bakr, subito dopo la morte del Profeta. Abū Bakr, l’avrebbe poi lasciata al suo successore, ʿUmar, dal quale a sua volta passò a sua figlia Ḥafṣa, che era stata moglie di Muḥammad. Ma la stessa tradizione che ci parla di questo primo testo coranico dà anche chiara notizia dell’esistenza di altre raccolte di rivelazioni, contenenti divergenze più o meno grandi rispetto a quella ‘ufficiale’. Gli storici musulmani narrano che questa situazione di ambiguità rispetto alla definizione del ‘vero’ Corano suscitò ben presto delle critiche. Così, durante il califfato di ʿUtmān (644-656 d.C.) emerse l’esigenza di una nuova redazione del testo coranico, che andasse definitivamente a sostituire tutte le altre versioni circolanti. Il califfo chiese dunque ad Ḥafṣa di mandargli i fogli in suo possesso, ed ella così fece. ʿUtmān incaricò quindi cinque persone di copiare questi fogli in un unico volume, controllando il testo mentre procedevano. Completata l’opera, il califfo inviò una copia della nuova versione ‘ufficiale’ del Corano in tutte le province, ordinando che tutte le altre versioni fossero distrutte. Che si presti o meno fede a questo racconto tradizionale, resta il dato incontestabile che il processo attraverso cui il Corano è diventato testo canonico è stato eccezionalmente rapido, e le fonti islamiche sembrano del tutto convincenti quando attribuiscono la velocità di tale canonizzazione all’iniziativa statale. Come ha scritto giustamente Michael Cook, uno dei maggiori studiosi delle vicende legate alla trasmissione del testo coranico, «il fatto che in pratica possediamo un’unica recensione del Corano sta dunque a testimoniare quale autorevolezza avesse lo stato islamico antico». Il più antico manoscritto coranico completo che si sia conservato e la cui datazione sia certa risale solo al IX secolo (877-88 d.C.). Esistono tuttavia numerosi frammenti che, sebbene quasi impossibili da datare con precisione, sono evidentemente anteriori: si ritiene che alcuni risalgano all’inizio dell’VIII secolo se non addirittura alla metà del VII. Tra questi hanno raggiunto una qualche notorietà i frammenti scoperti nel 1972 a Ṣanʿā’: durante i lavori di restauro della Grande moschea, uno dei più venerandi monumenti dell’Islām, alcuni operai trovarono in un nascondiglio ricavato nel sottotetto dell’edificio un ammasso di antiche pergamene consumate dal tempo. Si trattava di una vera e propria ‘sepoltura’ di vecchi testi religiosi ormai in disuso e che per il loro carattere sacro non era permesso distruggere: una pratica in uso anche nel mondo ebraico. Su invito del direttore delle Antichità yemenite, il ricercatore tedesco Gerd-Rüdiger Puin poté esaminare a fondo il materiale e nel 2007 esso fu anche riprodotto su microfilm. Recentemente, i fogli di Ṣanʿā’ sono stati studiati, trascritti ed editi da un giovane studioso della Stanford University, Benham Sadeghi: essi appartenevano a un codice palinsesto, cioè una pergamena riciclata contenente due redazioni del testo, la più antica delle quali risalirebbe al VII secolo. Secondo Sadeghi, questo codice sarebbe addirittura il primo esemplare esistente di uno dei Corani appartenente ai compagni del Profeta, ma altri studiosi non concordano con lui e affermano che si tratterebbe invece un manuale di lettura coranica. Per trarre una rapida conclusione da quanto sopra, possiamo affermare con ragionevole certezza che i dati della tradizione manoscritta del testo coranico sembrano confermare quelli forniti dalle fonti: la trasmissione scritta del Corano prende avvio già nel VII secolo; il suo andamento è dinamico e instabile. Per usare le parole di uno dei maggiori esperti della storia più antica del testo sacro dell’Islām, Alfred-Louis de Prémare, «non c’è un mosaico ma nemmeno un caos disperante. C’è una pluralità di vie, ma non una pluralità di itinerari perché un itinerario presuppone un sicuro punto di partenza e un sicuro punto di arrivo. Studiare il Corano oggi vuol dire allora familiarizzare con queste strade, con le ricerche che abbiamo descritto e con quelle che non abbiamo descritto […]. Vuol dire considerare il paradigma della Tarda antichità come spazio temporale, geografico e culturale condiviso tra Europa e Vicino Oriente; come quel comune denominatore che permette di studiare il Corano come espressione di un’eredità condivisa». Tra le fonti del Corano va annoverato l’ampio materiale attinto al paganesimo preislamico, la tradizione cristiano-ebraica, lo Gnosticismo, elementi di religiosità iranica (Mazdeismo e Manicheismo). (Di Branco, Il califfo di Dio)
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