TEOCRAZIA - UN CONCETTO TRASVERSALE
Questa lezione è concepita come percorso interdisciplinare (storia/geografia/educazione civica) collocato in prospettiva sincronica e diacronica. Al centro dell'attenzione è infatti una struttura del potere (quella teocratica) nelle sue espressioni storiche (dal mondo antico a oggi e in varie parti del mondo) e nella percezione (giudizio) contemporanea. Di qui la tripartizione del discorso, comprensivo di riferimenti a pagine del libro di testo e del blog che possono essere utilizzate per sostanziare il tema. Ribadisco volutamente concetti che abbiamo già accennato e riprendo esempi già noti per via delle lezioni di storia sinora condotte.
I PARTE - REALIZZAZIONI STORICHE
Documentato nell'uso a partire dal I secolo d. C. (lo si ritrova nei testi storici di Giuseppe Flavio), il termine teocrazia sembra essere coniato sul modello aristotelico (nel trattato intitolato Politica) di parole come aristocrazia, timocrazia, democrazia, corrispondenti a governo dei migliori, governo della ricchezza, governo del popolo: governo di dio, può per questo essere una sua prima traduzione. A tale prima traduzione deve però seguire una spiegazione più precisa: il termine fa riferimento a una forma di stato in cui al sovrano sono assegnati poteri e riconosciute funzioni identiche a, coincidenti con, quelle del dio o delle divinità di riferimento per la cultura di cui si stia trattando. Teocratici in senso stretto si definiscono i regimi dell'Egitto faraonico dall'antico al nuovo regno, quello documentato dal racconto biblico per la storia di Israele (Libro dei Re), la Cina imperiale e il Giappone fino al termine della II guerra mondiale e il califfato islamico (post del 13, del 16 novembre e del 6 dicembre; libro di testo pp. 109-111 Cina e India).
Lo stretto e inscindibile legame tra il sovrano e gli dèi costituisce uno dei caratteri originali di quasi tutte le civiltà premoderne, giungendo, in alcune zone del mondo, fino alle soglie dell’età contemporanea. In uno studio fondamentale sulla regalità islamica, Aziz al-Azmeh ha dedicato pagine di notevole interesse proprio al rapporto fra potere e sfera del sacro nel mondo pagano, nel giudaismo, nel cristianesimo, nel buddhismo, nel mazdeismo e nell’islām, utilizzando in maniera estremamente appropriata gli strumenti della comparazione storico-religiosa. Nel corso della sua analisi, Azmeh prende in considerazione ambiti in apparenza molto lontani tra loro – dall’Egitto faraonico a Babilonia; dall’India vedica e post-vedica alla Grecia; dalla Roma repubblicana e imperiale alla Persia e alla Cina dei T’ang, dal mondo celtico a quello giudaico – evidenziando dinamiche comuni e contestualizzando le forme islamiche dell’esercizio del potere all’interno della più ampia area del Commonwealth tardoantico e medievale. Secondo l’autore, le istituzioni politiche islamiche in costruzione erano il portato di linguaggi politici e modi di enunciazione e relazione del potere con la sfera del sacro che derivavano da varie storie, ‘orientali’ e romane, ed erano diffuse in molte direzioni, attraverso il confine fra il mondo iranico e quello ellenistico. Forme politiche diverse furono allora rese omogenee o ridotte nel tempo a un repertorio stabile e piuttosto costante, attraverso i territori che l’imperialismo islamico avrebbe riunito in una vasta zona amministrativa, economica e culturale. Questi territori, seppur interessati, a partire dall’ultima parte del IX secolo, da uno stato di guerra endemico e dal declino economico, seppero preservare un senso molto pronunciato dell’uniformità urbana, culturale e istituzionale. In altri termini, questo mondo tardoantico cristallizzò un repertorio di norme politico-culturali che fu discorsivamente, esteticamente e socialmente riprodotto, condiviso, adattato e considerato come l’ordine ecumenico naturale delle cose presso le corti provinciali e successivamente presso le capitali di organismi statali indipendenti. In particolare, i punti di riferimento naturali della politica islamica in formazione vanno individuati nei modelli politici rappresentati dai due grandi imperi con i quali la comunità dei musulmani (umma) si trovò dapprima a convivere e poi a guerreggiare vittoriosamente: Bisanzio e la Persia. Al modo stesso in cui, come ha notato Oleg Grabar, uno dei maggiori studiosi del fenomeno artistico musulmano, l’arte islamica si origina riutilizzando e rielaborando in maniera assolutamente originale elementi tipici dell’arte bizantina e dell’arte sasanide, così le istituzioni politiche islamiche si sviluppano sulla base di elaborazioni concettuali già operanti a Bisanzio e nel mondo persiano. [...] Il paradigma teocratico – cioè l’assoluta convinzione che l’impero terreno fosse a immagine e somiglianza di quello dei cieli e che l’imperatore regnasse sulla terra per eseguire i comandamenti divini – costituisce uno degli elementi fondanti della costruzione statale bizantina. D’altra parte, è ben noto che il concilio di Nicea (maggio-giugno 325), primo concilio ecumenico della storia della Chiesa, fu convocato e presieduto non dal papa o dal patriarca di Costantinopoli, bensì dall’imperatore Costantino in qualità di «vescovo dei laici» (in greco, episkopos tōn ektós). Come è stato giustamente sottolineato, questa espressione è la pietra angolare per l’interpretazione di tutto l’atteggiamento costantiniano nei confronti della Chiesa. È infatti evidente che al potere dei vescovi sulle chiese si giustappone qui il potere di Costantino su quelli che sono al di fuori dell’organizzazione ecclesiastica, sebbene l’imperatore riconosca di non avere autorità religiosa, ma solo secolare, e lasci i vescovi liberi di prendere le loro decisioni. Ma l’atteggiamento di Costantino costituisce solo il punto di partenza del processo di integrazione fra potere e Cristianesimo in ambito bizantino, un processo che, con geniale operazione collettiva di ingegneria politica e culturale, venne progressivamente inserendo nell’ideologia provvidenzialistica e ‘totalitaria’ dell’impero universale dei Romani i valori più originali e più tipici della predicazione cristiana, fino a fare della nuova religione il fondamento confessionale e sacrale dello stato e dell’ordine civile, e la sua fonte di legittimazione di fronte ai popoli soggetti. Tra gli autori che hanno dedicato particolare attenzione al fenomeno del cesaropapismo bizantino, cioè quel sistema di relazioni tra potere civile («Cesare») e potere spirituale («papa»), per cui il potere civile estende la propria competenza al campo religioso anche nei suoi problemi disciplinari e teologici, giudicando il potere religioso quasi un organo a sé sottoposto, spiccano per profondità e originalità di analisi Steven Runciman, uno dei maggiori specialisti di storia bizantina e medievale del secolo scorso, e soprattutto il grande bizantinista francese Gilbert Dagron, che ha dedicato alla questione uno studio di straordinario interesse, intitolato significativamente Empereur et prêtre (Imperatore e sacerdote). Secondo Dagron, che richiama giustamente alla memoria i due fondamentali studi pionieristici sul rapporto fra regalità medievale e sfera sacrale di Marc Bloch (1924) ed Ernst Kantorowicz (1957), lo stato medievale è uno stato sacralizzato e la Chiesa è anche una forma di potere; se la loro separazione costituisce un innegabile progresso e merita di essere preservata come un principio morale e un’istanza di libertà, essa non è comunque un dato naturale, ma piuttosto un’eredità storica, e dunque soggetta a rischi. L’Antichità aveva i suoi sacerdoti, ma non ebbe mai una chiesa pagana in margine o nel seno dello stato. Nel caso del Giudaismo, il sincronismo tra rivelazione religiosa e organizzazione politica appare talmente evidente che la distinzione tra stato e istituzione ecclesiastica sembra priva di senso. Quando Cristo pronuncia la celebre frase «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» (Mt., XXII 21), era comunque nella condizione storica piuttosto contraddittoria di un Ebreo costretto a vivere il suo monoteismo all’interno di un impero politeista. Più tardi, l’‘esplosione’ geografica del potere romano favorì la formazione di una ‘teoria dei due poteri’, uno temporale, stabilito a Costantinopoli, l’altro spirituale con sede a Roma. Ma basta che una chiesa orientale si organizzi intorno all’imperatore o al suo patriarca o che l’impero resusciti in Occidente con i Carolingi o gli Ottoni, perché lo schema si ingarbugli e questa ‘teoria dei due poteri’ si trovi confrontata a un altro modello: quello di una regalità terrestre concepita sul modello della regalità divina, incarnata in un sovrano che Dio ha delegato direttamente al governo e alla salvezza degli uomini e che ha legittimato attraverso l’unzione. Alla distinzione dei poteri fa resistenza una sorta di integralismo che è in realtà una nostalgia di unità. (Marco Di Branco, Il califfo di Dio, Feltrinelli, 2017)
Nelle ultime righe della citazione sopra riportata si trova una sintesi efficace dell'essenza di un ordinamento teocratico: una regalità terrestre modellata su quella divina che promette salvezza e si ritiene totalmente legittimata da un potere superiore e supremo (quello divino). Rimando, per i fondamenti di questa concezione, al post dedicato ai Libri (rispettivamente la Bibbia e il Corano), all'interno del quale riprendo e integro un post precedente e già segnalato sopra.
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