EDUCAZIONE CIVICA (ma anche storia e geografia)
Abbiamo trattato, in questi primi due mesi di studio della storia, tra le altre cose il tema della relazione fra scrittura e potere. Nella storia antica, grandi culture come quella mesopotamica e quella egizia hanno sviluppato competenze nel campo della scrittura che da una parte hanno avuto senz'altro ricadute sul funzionamento della società nel suo insieme, favorendone la prosperità e il benessere, ma dall'altra hanno consolidato strutture gerarchiche, all'interno delle quali un vertice (solo un po' differenziato e comunque ristretto) mantiene saldamente il controllo su una base molto estesa della popolazione, chiamata a obbedire e esclusa da una condivisione di competenze ritenute retaggio esclusivo di pochi.
Il messaggio che proviene da questa sintetica, e senza dubbio provvisoria, concettualizzazione è così sintetizzabile: una delle strade che, piuttosto originariamente, gli esseri umani hanno trovato per giustificare pienamente l'assunzione di un controllo più o meno totale e più o meno dispotico degli uni sugli altri è la specializzazione. Avremmo potuto, ovviamente, trattare l'ancor più eclatante caso della specializzazione guerriera, persino più direttamente collegabile con quanto è richiesto per esercitare un potere efficace su altri, ma la scelta di una competenza apparentemente innocua come la scrittura mi permette ora di effettuare un salto nella contemporaneità e sviluppare un argomento che si situa a un crocevia, dopo essere partito dalla storia, fra educazione civica e geografia. Posta questa premessa, che vale come introduzione e che riprenderò nelle conclusioni finali, fornisco due materiali che riguardano un evento appena verificatosi, precisamente la COP30 tenutasi in Brasile a Belèm.
Articolo da ilPost, 20 novembre
La COP30 si è conclusa senza grossi impegni per l’eliminazione graduale dei combustibili fossili, uno dei principali obiettivi della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima tenutasi a Belém, in Brasile, e sostenuto da decine di paesi. Nell’accordo finale gli oltre 190 paesi partecipanti si sono impegnati tra le altre cose ad accelerare la transizione energetica e a triplicare i fondi destinati ai paesi più vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico, ma non viene menzionata alcuna tabella di marcia per eliminare i combustibili fossili, che sono la causa principale delle emissioni inquinanti e del riscaldamento globale.
Due anni fa, alla COP28 di Dubai, i rappresentanti dei circa 200 paesi presenti concordarono sulla necessità di eliminare i combustibili fossili e raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050. Quello che però la risoluzione non fece fu stabilire come sarebbe dovuta avvenire la transizione dai fossili alle rinnovabili, e in quali tempi. Da questo punto di vista la COP29 dell’anno scorso a Baku, in Azerbaijan, fu un fallimento.
Adesso, a Belém, almeno 83 paesi soprattutto in Europa, Africa e America Latina avevano sostenuto che il testo finale della COP dovesse includere la menzione di un piano per la graduale eliminazione dei combustibili fossili. Qualora questa tabella di marcia fosse stata indicata, un apposito forum di discussione avrebbe dovuto delineare un piano nei prossimi anni, probabilmente alle prossime conferenze sul clima. La questione tuttavia aveva incontrato numerose resistenze, in particolare dai paesi produttori di petrolio, come gli Emirati Arabi Uniti. Di fatto quindi la decisione su come ridurre la dipendenza dai combustibili fossili è stata ulteriormente rinviata.
– Leggi anche: Anche la COP30 è piena di lobbisti dei combustibili fossili
Il testo finale della COP30 conferma gli obiettivi fissati con l’accordo di Parigi nel 2015, ovvero contenere l’aumento delle temperature entro 1,5 °C rispetto ai livelli preindustriali, e non superare i 2. Secondo la maggior parte degli scienziati, però, al momento l’obiettivo è lontano dall’essere raggiunto, e anche in alcune formulazioni del testo di fatto si riconosce che non lo sarà, almeno per il momento.
Nell’accordo manca anche la menzione di un piano concreto per eliminare la deforestazione: una delusione per i numerosi attivisti ambientalisti che hanno seguito la COP30, anche considerando che si è tenuta in una città dell’Amazzonia, la grande foresta pluviale la cui superficie negli anni si è ridotta parecchio a causa della deforestazione. Nell’accordo viene solo ribadito quanto stabilito nella COP26 del 2021 a Glasgow, dove i paesi partecipanti si impegnarono a stanziare 12 miliardi di dollari per promuovere politiche orientate a fermare la deforestazione, oltre a 7 miliardi promessi da società private.
Uno dei successi della Conferenza, invece, è stato l’accordo per triplicare i finanziamenti a disposizione dei paesi più soggetti agli effetti del cambiamento climatico, di modo che possano intraprendere iniziative di adattamento alla crisi: riceveranno 120 miliardi di dollari all’anno, a fronte dello stanziamento di 300 miliardi di dollari da parte dei paesi più ricchi stabilito durante la COP29 l’anno scorso. Li riceveranno però entro il 2035, e non entro il 2030, come richiesto dai paesi beneficiari.
Il commissario europeo per il clima, Wopke Hoekstra, ha ammesso che le ambizioni dell’Europa erano diverse, ma che l’accordo va sostenuto «perché almeno va nella giusta direzione». Anche il presidente della COP, il brasiliano André Corrêa do Lago, ha riconosciuto che le aspettative erano altre. Si è comunque impegnato a continuare a lavorare su possibili piani sia per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, sia per fermare la deforestazione.
Notizia Ansa del 20 novembre
Il grido insistente delle organizzazioni e dei movimenti sociali per una transizione energetica giusta e urgente non passerà inosservato; confido che troverà riscontro e, se non sarà ora, inizierà comunque a richiedere azioni concrete".
A parlare è Juscélio Mendonça, coordinatore dei progetti sociali del Centro Alternativo di Cultura (Cac), opera di promozione della giustizia socio ambientale fondata 33 anni fa a Belém dai Gesuiti del Brasile, in occasione della Cop30, la prima conferenza internazionale sul clima svoltasi sul suolo brasiliano ed amazzonico, che si chiude domani.
A Belém, a partire dal 2024, il Cac ha partecipato attivamente alla preparazione e allo svolgimento della COP30.
E a sostenerne le iniziative è la Fondazione Magis Ets, opera missionaria della Provincia euro-mediterranea della Compagnia di Gesù, in particolare per quanto riguarda la promozione dell'educazione ambientale, della giustizia sociale ed ambientale e dell'ecologia integrale.
Anche grazie alle iniziative del Cac la voce delle comunità indigene è stata portata in questi giorni sulla tribuna della COP30. Con quali risultati? "Il Fondo per la Foresta Eterna Tropicale (Tfff), un'iniziativa globale guidata dal Brasile, rappresenta già un grande passo avanti - spiega Mendonça -. Due cose sono importanti in questo scenario: l'impegno degli Stati nazionali verso questo fondo e la partecipazione e il controllo sociale di piccole organizzazioni e movimenti di base, affinché questo fondo possa effettivamente raggiungere coloro che si prendono veramente cura, difendono e cercano di curare le ferite della terra in qualsiasi parte del mondo".
Sull'attenzione riservata dalla Conferenza di Belém alle istanze delle organizzazioni popolari e indigene, Mendonça riferisce che "il presidente brasiliano della COP 30, il diplomatico André Aranha Corrêa do Lago, pur assumendo un ruolo strategico nelle relazioni internazionali con i capi di Stato, ha dimostrato apertura e sensibilità nell'ascoltare e includere le voci locali, che sono le vere voci che lottano contro i problemi climatici e proteggono le foreste".
"Dopo una manifestazione del popolo indigeno Munduruku, è stato loro consentito di entrare nella zona blu per esprimere di persona le proprie preoccupazioni su uno scenario in cui gli Stati nazionali sembrano disinteressati a risolvere persino le crisi climatiche con soluzioni reali e tangibili", racconta.
Allo stesso modo, Aranha "si trovava insieme ad altri ministri di Stato brasiliani nell'area del Vertice dei Popoli per ascoltare le richieste provenienti dalle voci degli stessi bambini e adolescenti, nonché le richieste dei movimenti sociali. Entrambe le lettere indicano 'soluzioni reali a problemi reali'. È chiaro che c'è ancora molto dialogo da fare in questi giorni e che dobbiamo proseguire il movimento esterno di Educazione all'Ecologia Integrale, Promozione della giustizia socio-ambientale e denuncia dei crimini climatici e dei danni causati, al fine di influenzare il reale impegno dei capi di Stato in materia di clima".
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