A SUPPORTO DELLA TEOCRAZIA: SCRITTURA E RELIGIONE (discorsiva con evidenziazioni)

La scrittura è, sappiamo già, al principio di una delle rivoluzioni che determinano svolte nel percorso dell'umanità delle origini: la nascita di questa tecnica ha dato origine infatti all'inizio della storia, così distinta dalla preistoria. Non si tratta però di una tecnica condivisa immediatamente da tutti, o alla portata di tutti (come può essere l'agricoltura), in quanto richiede un grado di specializzazione che si traduce inevitabilmente in un privilegio e in un potere. Quanto questo sia vero è sostenibile tanto ricorrendo a esempi tratti dalla civiltà babilonese quanto da quella egizia. Un breve accenno alla prima: la scrittura cuneiforme  dei sumeri è quella in cui il sovrano babilonese Hammurabi dà ordine di redigere il codice che prende il suo nome, compiendo un atto documentato come la prima operazione di fissazione in forma scritta di leggi e precetti fino a quel momento trasmesse oralmente e soggette ad arbitrio. Nel suo caso si dimostra facilmente quanto proprio la scrittura concorra a rendere ancor più potente e radicato un potere che si stava consolidando sul territorio e mirava a mantenersi ancora per molto tempo, anche grazie al contributo di questa tecnica appena scoperta.  Il caso degli egizi è ancora più eloquente. Nella società egizia, che abbiamo già definito gerarchica e piramidale, a caste (piuttosto che a classi), la specializzazione che comporta il ricorso alla scrittura dà luogo alla nascita di una casta situata in una posizione gerarchicamente alta, quella degli scribi. Oltre a essere istruiti per padroneggiare la tecnica di scrittura (nei cui dettagli entreremo tra poco) gli scribi facevano parte di una strutturata burocrazia, che rispondeva agli ordini di un vizir, la cui posizione era immediatamente al di sotto del faraone. Gli scribi erano quindi funzionari, ulteriormente gerarchizzati al loro interno (gradi superiori operanti presso la corte del faraone, inferiori nelle periferie del regno). A prescindere dall'incarico che ricoprivano e dalla posizione periferica o centrale, tutti gli scribi dovevano padroneggiare una tecnica comunicativa complessa, dei cui dettagli ora ci addentriamo brevemente. 

La scrittura egizia nasce pittografica: i segni utilizzati per la comunicazione scritta sono disegni che rappresentano cose o oggetti, ovvero si definiscono ideogrammi, segni che rappresentano idee. Analogamente a quello che avviene con la scrittura cuneiforme, anche il geroglifico egizio si evolve nella direzione di una scrittura fonetica, che si serve dei segni per indicare i suoni che compongono le parole. Ne consegue che per indicare un singolo oggetto si poteva ricorrere a più di un geroglifico che componeva il termine corrispettivo per via dei suoni che si utilizzavano per dirlo. A quel punto, quindi, si parla di fonemi come strutture componenti le parole e la scrittura diventa appunto fonetica. La decifrazione della scrittura egizia ha ricevuto un fondamentale contributo dal reperimento della stele di Rosetta (1799, località del Basso Egitto), una lastra di pietra, per la quale si è convenuto su una datazione risalente al II secolo a.C., che reca lo stesso testo espresso in tre scritture: geroglifico, demotico e greco. Il glottologo francese Jean-François Champollion poté così decifrare molti geroglifici per via comparativa con il ben noto alfabeto greco. La scrittura geroglifica, di cui la demotica rappresenta una semplificazione dettata da necessità pratica, deriva la sua denominazione dal greco ieros  ovvero sacro, e glifo, sempre dal  greco, incido La scrittura geroglifica riconduce quindi, anche solo dalla definizione, all'ambito religioso. La classe (casta) sacerdotale, appaiabile gerarchicamente (per quanto anch'essa al suo interno suddivisa)  a quella degli scribi, deteneva con loro il privilegio della scrittura. Dai sommi sacerdoti preposti al culto delle divinità maggiori, al basso clero (divinità minori del foltissimo pantheon egizio), tutti venivano istruiti a scrivere, al fine di determinare e tramandare con precisione conoscenze e culti pur sempre destinati a contribuire alla compattezza e alla potenza della civiltà e dello stato egizio. A conferma di questa convergenza di interessi, il fatto che la casta sacerdotale, soprattutto ai suoi gradi superiori, detenesse importanti ricchezze fondiarie e avesse al suo servizio una parte cospicua di popolazione (artigiani di ogni genere, contadini, soldati). 

Evidenziato il nesso tra potere, scrittura e religione, approfondiamo ora quest'ultima, sia per quanto riguarda il pantheon sia per quanto riguarda specifici culti e pratiche. Il pantheon egizio si configura inizialmente zoomorfico: le divinità hanno fattezze animali (coccodrillo, gatto, ibis, bue, sciacallo; successivamente si aggiungono elementi naturali analogamente divinizzati: il Nilo, il Sole. Un contributo importante alla delineazione della religione proviene dal mito di Iside, Osiride, Oro e Seth, che rappresenta una trasposizione simbolica di due usanze radicate nella cultura e civiltà egizie: quella relativa alla trasmissione del potere (tra consanguinei, comprese le nozze fra fratello e sorella faraoni) e quella relativa all'imbalsamazione dei faraoni defunti. Il mito in questione si può quindi riassumere tenendo presenti queste corrispondenze con la forma statale e la cultura di cui ci stiamo occupando. Il dio Osiride era sposato con sua sorella Iside. Seth, fratello della coppia, invidia la loro armonia e unità, uccide quindi Osiride, ne fa a pezzi il corpo e lo disperde in vari luoghi del mondo. La sposa inconsolabile si dedica allora a recuperare il corpo smembrato del marito e lo ricompone: grazie all'imbalsamazione ne ottiene la rinascita e i due hanno un figlio, di nome Oro (rappresentato come un falco) che vendica il padre uccidendo Seth. Osiride è celebrato nel pantheon egizio come giudice dell'aldilà e l'intero mito si può leggere in chiave simbolica, con riferimento ai cicli di morte e rinascita che caratterizzano sia l'andamento stagionale, sia le esistenze umane, comprese quelle dei regnanti. 

Dal racconto mitico risulta evidente che la pratica dell'imbalsamazione rivela qualcosa di molto specifico in merito alle credenze della civiltà egizia. Senza la cura del cadavere prevista dal rituale dell'imbalsamazione (che mira a evitare la decomposizione) l'anima (ka) non si mantiene vitale com'è necessario perché la sua esistenza continui per sempre. Di qui le complesse operazioni di evisceramento (le viscere erano fegato, polmoni, stomaco e intestini),  venivano raccolte nei vasi canopi) e di conservazione, che necessitavano di conoscenze tecniche e di tempi molto lunghi per procedere nel modo corretto. In virtù di tale complessità, si capisce che la pratica fosse riservata a pochi, costituisse un privilegio, rafforzasse il prestigio e il potere di tutti coloro che, per diritto acquisito potevano ricorrervi (il faraone fu a lungo l'unico privilegiato in tal senso, poi la casta sacerdotale e i gradi più elevati dell'amministrazione). A partire dal Medio Regno (inizio del II millennio a.C.) la mummificazione dei cadaveri, ma soprattutto la concezione dell'aldilà, iniziò a diventare più allargata, prevedendo la possibilità per tutte le anime di accedere a una forma di vita dopo la morte, a patto che il ka superasse la prova del giudizio ultraterreno (la traduzione simbolica di questo giudizio è il rito della bilancia, in cui è coinvolto il dio Anubi, dalla testa di canide, incaricato di verificare con una piuma se l'anima del defunto sia del tutto pura e priva di peccati. 

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