LEZIONE PER IL 27/30 OTTOBRE
Esercizio di sintesi di concetti principali
TUTTI GLI STUDENTI CHE SONO STATI VALUTATI SOTTO L'8 1/2 realizzano tale sintesi relativamente al libro di testo, pp. 60-63
TUTTI GLI STUDENTI CHE SONO STATI VALUTATI 8 1/2 realizzano tale sintesi relativamente a quanto segue.
L'immagine del legame storico-genealogico tra le lingue secondo il modello della discendenza patrilineare trova la sua prima espressione in alcuni passi della Genesi, precisamente dai tre figli di Noè, Sem, Cam e Iafet, dai quali sarebbero sortite le generazioni dell'umanità dopo il diluvio universale e, in concomitanza, i ceppi linguistici a esse corrispondenti. Nell'antichità greca e romana, gli studiosi non sono andati oltre a una generica classificazione, dominata da una rappresentazione che si è stabilito di definire "storia statica". Una combinazione di criteri formali e di applicazione di critica letteraria portò i Greci a individuare quattro distinte varianti associate alla koinè (lingua comune): quella dorica, l'eolica, la ionica e l'attica. I Romani, con Varrone (erudito del I secolo a. C.) e altri, iniziarono a collegare greco e latino, per quanto concerne la questione degli apporti dell'uno all'altro e delle origini di ciascuno, ma non stabilirono chiaramente l'effettiva relazione di origine tra le due lingue. Nel momento in cui il modello culturale cristiano si sovrappone al modello classico, quindi a partire dal II secolo d. C., ma soprattutto in epoca medievale, si impongono rapidamente visioni originate dai passi biblici citati, ovvero quelli risalenti alla Genesi.
Così, autori come Agostino di Siviglia e Isidoro affermarono il diritto di nascita dell'ebraico tra le lingue umane e postularono una divisione postdiluviana della lingua in tre parti, semitica, camitica e giafetica. Questa visione ha dominato la riflessione nella linguistica occidentale fino all'inizio del XIX secolo, nonostante alcuni pensatori abbiano riconosciuto la possibilità di distinguere alcuni gruppi linguistici indipendentemente dalla tradizione biblica.
È l'esempio di Scaligero, che denomina il greco, il germanico, lo slavo e il neolatino quattro lingue madri, ciascuna caratterizzata da un lessema diverso per il nome di Dio, data la lingua madre, inter se nulla cognatio est, neque in verbis e presto. Dante invece, nel De vulgari eloquentia (1303-04), articola la teoria del trifarium idioma (lingua d'oc, d'oil, e del sì, ma collegata da rapporti genealogici) in modo sostanzialmente simile, piuttosto che "greca" e lingua propria. Originale era anche la teoria della classificazione proposta da Leibniz, che nel 1600 poneva l'ebraico sullo stesso piano delle altre lingue all'interno del ramo "aramaico" o "arabo", distinto da quello settentrionale o "iafetico" o "celtoscitico"''.
Il concetto di famiglie linguistiche occupa oggi un posto centrale nel campo delle classificazioni genealogiche delle lingue storico-naturali, cioè classificazioni che cercano di collocare varietà linguistiche presenti e passate in schemi complessi di relazioni derivazionali. In questo senso il concetto ha valore più che descrittivo, ponendosi come classificazione su base geografica o tipologica. Al momento di inserire una data lingua all'interno di una particolare famiglia si suppone che essa manifesti, al pari di altre, una discendenza da un archetipo comune, cosicché si può ben dire che l'etichetta stessa di famiglia linguistica equivalga a un'ipotesi ''forte'' sulla posizione storica dei sistemi considerati. In conformità a tale principio, il linguista francese Meillet (1938) scrisse che "le lingue imparentate costituiscono in realtà una medesima lingua modificatasi in maniera differente nel corso del tempo" tanto che si è autorizzati ad affermare che "ciò che definisce una parentela linguistica è unicamente un fatto storico".
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