LEZIONE DEL 23 OTTOBRE - LA STELE E IL CODICE DI HAMMURABI

Pubblico qui il testo della lezione dedicata al codice di Hammurabi nella forma di una sintesi concettuale. Mentre ascolterò le esposizioni preparate su rivoluzioni/civiltà mesopotamica, lavorerete al concepimento di domande di approfondimento da porre a chat gpt a partire da questo testo (tratto da Treccani.it)

LA STELE

  • Inizi del XVIII secolo a.C.,  Hammurabi sale al trono di Babilonia, la Mesopotamia è suddivisa in vari regni (Larsa a sud e Assiria a nord). 
  • Scopo principale del re è ristabilire la giustizia sul paese 
  •  Hammurabi non vuole essere considerato una divinità come gli altri re, si proclama piuttosto pastore del suo popolo e rispetta le tradizioni dei vinti, senza imporre la cultura babilonese
  • Testimone di questo atteggiamento è  la stele del codice, sulla quale compare il dio Shamash e non la principale divinità babilonese, Marduk
  • La stele continua ad essere studiata e copiata per molti secoli, fino a quando Assurbanipal d’Assiria (re dal 668 al 631 a.C.) devasta l’acropoli della capitale elamita nel VII secolo a.C. e provoca probabilmente la caduta e la rottura del monumento babilonese, che rimane nascosto sotto le rovine della città, fino alla sua scoperta, avvenuta fra il 1901 e il 1902.
  • La stele si presenta come un monolite di diorite nera, alto 2,25 metri e accuratamente lisciato: ha la forma di un cippo slanciato, che conserva ancora evidenti le irregolarità del blocco di pietra dal quale fu ricavato. Sulla parte inferiore del monumento, che ha forma quasi cilindrica, è inciso il testo del codice. Verso l’alto la stele si arrotonda, la sommità è lunata e la parte frontale superiore è tagliata per far posto ad una scena a rilievo.
  • In essa è raffigurato Hammurabi al cospetto di Shamash, divinità solare e della giustizia: ha una lunga barba e un abito a balze,  è seduto su un seggio che riproduce la facciata tipica di un tempio mesopotamico. 
  • Gli attributi divini sono evidenti: sul capo porta la classica tiara con quattro paia di corna, raffigurate straordinariamente di profilo; due fasci di raggi solari si propagano dalle sue spalle come a dissipare le ombre e a portare la luce della giustizia; i piedi sono posati su un piedestallo a scaglie, raffigurazione dei monti dell’est dai quali sorge quotidianamente il Sole. Il dio legittima la sovranità del re e le sue leggi consegnandogli un bastone e un cerchio, strumenti di potere e di giustizia, la cui importanza simbolica è abilmente sottolineata dallo scultore, che li pone nel centro esatto della composizione.
  • Il bastone e il cerchio, o il picchetto e la corda, sono attrezzi di misurazione, impiegati per la costruzione degli edifici, che diventano simbolo del re costruttore, il quale li utilizzava nelle cerimonie di fondazione dei templi.

IL CODICE

  • Il testo del codice è iscritto in quasi 4000 colonnine verticali che iniziano sotto il rilievo di Shamash e procedono verso la figura del re, susseguendosi  e ricoprendo pressoché la totalità della superficie della stele. 
  • Il testo è composto da tre sezioni principali: la prima è un lungo prologo nel quale si narra di come i grandi dèi Anu ad Enki, dopo aver dato al dio Marduk il potere sulle genti, chiamarono Hammurabi, re pio e devoto, affinché migliorasse la condizione del popolo, proclamando la giustizia e distruggendo il male, illuminando il paese come il dio Shamash.
  •  L’esaltazione delle capacità politiche e delle qualità morali di Hammurabi è ripresa nella terza parte, l’epilogo, nel quale si sottolinea come le leggi siano state incise sulla stele per proteggere i deboli, gli orfani e le vedove.
  •  Il re invita chiunque sia oppresso ad andare alla stele ad ascoltare le sue parole che non saranno mai cancellate. Chiunque proverà a cancellarle o non le ascolterà sarà vittima delle maledizioni dei grandi dèi.
  • La sezione più lunga è la seconda,  che contiene le 282 leggi del codice, ordinate in base agli argomenti trattati in gruppi più o meno omogenei, spesso collegati l’uno all’altro per analogia.
  •  All’articolo 125, che tratta del furto di beni dati in deposito, segue un articolo sulla falsa denuncia di un furto, quindi un altro sulla falsa denuncia verso una sacerdotessa o una donna sposata. Da qui parte una lunga sezione di leggi dedicate prima al diritto matrimoniale, poi a quello familiare, che si conclude con il famoso articolo 196: Se un uomo causa la perdita di un occhio del figlio di un altro uomo, sia condannato all’accecamento di un occhio. Questa è un’applicazione della legge del taglione, cioè l’assegnazione di una pena commisurata al danno commesso, utilizzata soprattutto per reati che comportano l’uso della violenza o provocano danni fisici e che, secondo i casi, può essere inflitta al condannato o a un suo parente.
  • Le leggi ci permettono di ricostruire anche la struttura sociale babilonese: sopra tutti ci sono gli awilum, gli uomini, economicamente autonomi, proprietari terrieri o alti funzionari; seguono i meshkenum, i prostrati, cioè i poveri, i cittadini privi di mezzi di produzione e quindi non indipendenti economicamente, costretti a lavorare per lo stato o per un awilum; infine si trovano i wardum, gli schiavi  acquistati in paesi stranieri o ottenuti come bottino di guerra.
  • Le punizioni corporali, pressoché assenti nelle precedenti leggi sumeriche, sembrano essere inflitte solo se l’accusato è un awilum, forse per dare un valore esemplare alla punizione o forse riprendendo vecchie usanze tribali semitiche. La classe dirigente babilonese, infatti, non ha origini sumeriche ma amorree. Per i mushkenu si utilizzano, invece, soprattutto le pene pecuniarie o l’asservimento.
  • Quello del taglione non è l’unico principio utilizzato per stabilire le pene; molto comune è l’uso del contrappasso, con l’inflizione di una pena che colpisce la parte del corpo con la quale è stato commesso il reato o che ricorda simbolicamente la colpa, ad esempio tagliando la mano ai ladri o facendo annegare gli adulteri legati insieme.

ALTRI CODICI ARCAICI

  • Il Codice di Hammurabi non è la prima raccolta di leggi. Una società, per piccola che sia, non può sopravvivere senza norme e gli uomini vivono da sempre in conformità a determinati comportamenti, magari non scritti e tramandati oralmente di generazione in generazione.
  •  Dopo la nascita della scrittura, bisogna attendere vari secoli per trovare una vera raccolta di leggi, ma i tentativi di ristabilire la giustizia o di restaurare la libertà che si trovano menzionati nelle iscrizioni dei re sumerici di Lagash fra XXIV e XXII secolo a.C. Sono chiaramente dei tentativi di regolamentazione e di controllo dei soprusi.
  •  Il più antico codice che è parzialmente giunto a noi è quello scritto in sumerico di Ur-Namma, primo re della III Dinastia di Ur. Il sovrano, il primo ad unire in un unico regno genti sumeriche e semitiche, diventando re di Sumer e di Akkad, decide forse di far redigere un codice scritto per la necessità di uniformare le norme diverse che regolano la vita dei due popoli. I 32 articoli che lo compongono non possono coprire ogni campo della giustizia ed è probabile che queste leggi servano solo a regolamentare le questioni controverse o a modificare alcune regole già in vigore, forse mai scritte ma ben note ai giudici. 
  • La lunga fortuna di cui gode il Codice di Hammurabi per tutta la storia giuridica mesopotamica è dimostrata dalle sue numerose copie, sia coeve sia posteriori, incise su pietra o su tavolette d’argilla. 
  • Della più antica versione rimane solo il prologo, nel quale mancano vari riferimenti ai benefici dispensati dal re alle città annesse al suo regno. Per questo si ritiene che la stele, incisa alla fine del regno di Hammurabi, contenga la trascrizione di un testo composto tempo prima, aggiornato più volte nel corso degli anni.
  • Non scrivono leggi solo le genti mesopotamiche, ma anche i loro vicini, gli Ittiti a nord e gli Ebrei a sud-ovest. Due codici ittiti composti intorno alla metà del II millennio a.C. sono per molti aspetti simili a quelli assiro-babilonesi, ma con la pena pecuniaria che prevale sulla legge del taglione, ampiamente utilizzata invece nelle leggi ebraiche composte fra il IX e il V secolo a.C. e contenute nella Torah (la Legge), in particolare nei libri del Levitico e del Deuteronomio.




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